Il segno delle idee

Il mio spazio creativo

Archive for settembre, 2009

La sfida delle sfide

La sfida delle sfide
La sfida delle sfide: “E’ la riforma di pensiero che consentirebbe il pieno impiego dell’intelligenza per rispon­dere a queste sfide (della globalizzazione)” (E. Morin, La testa ben fatta).

Conoscere e capire il mondo serve a vivere adeguatamente alle proprie esigenze, e per “vivere” non intendo, semplicemente, la soddisfazione dei bisogni animali, ma soprattutto, la formulazione e concretizzazione delle idee umane.
In ultimissima analisi, per questo motivo gli alunni continuano gli studi oltre la scuola se­condaria superiore, perché affinare la propria conoscenza significa migliorare la propria idea di vita da realizzare.
Le matricole, spesso incoscienti delle loro stesse aspettative, s’affacciano alle strutture universitarie dando per scontato che il sistema università si esaurisca lì, in edifici che, nel caso del polo umanistico di Taranto, sono ridicoli rispetto a ciò che dovrebbero rappresen­tare. Considerando, in particolare, la costruzione di via Acton 77, sede di scienze giuridi­che, dove sono ospitati, anche, i dipartimenti di lettere moderne e di scienze dei beni cultu­rali, la considerazione diventa, persino, imbarazzante; possibile che quella palazzina fac­cia davvero parte dell’ Università degli studi di Taranto? Domanda legittima visto che all’in­terno, per gli studenti di lettere e di beni culturali, non ci sono aule confortevoli, nessuna aula adibita al solo studio, non un’aula magna seria per i seminari d’inter-facoltà e nemme­no una biblioteca fornita di testi basilari oltre quelli adottati nei vari corsi.
Queste non sono carenze minori.
Infatti secondo la teoria dell’epistemologo francese Edgar Morin, la risoluzione dei proble­mi che investono il nostro mondo “globalizzato”, la comprensione della nostra realtà fisica e culturale, la rappresentazione di noi stessi ed il nostro rapporto con gli altri, tutto quello che è il nostro pensiero (e che sarà il nostro fare), insomma tutto il nostro essere uomo è un intreccio d’istanze diverse, un tessuto di cellule differenti nelle loro specialità, un organi­smo composto da singoli organi perfettamente sincronizzati fra loro. Ma questa teoria par­la di una conoscenza che non si fossilizza nell’accumulo di nozioni specialistiche di una sola materia, piuttosto auspica una apertura all’interezza del sapere da applicare alla vita come espressione biologica, culturale e civile del soggetto-oggetto uomo. Scive il maître à pen­ser francese:”Conoscere e pensare non è arrivare ad una verità assolutamente certa, è dialogare con incertezza ed errore”, il rapporto dialettico serve a superare gli ostacoli, so­pratutto quelli imprevedibili rimanendo sempre “all’altezza” della situazione.
Il punto non è avere tante nozioni a disposizione ma gestirle e padroneggiarle, in un tempo di continue mutazioni genetiche e tecnologiche, il principio di causa-effetto non è più una relazione lineare in quanto intervengono fattori diversi su un unico procedimento; per cui lo studio e l’analisi dei problemi non deve procedere a senso unico in un’unica dimensione ma deve comprendere più piani paralleli che interagiscono col problema iniziale. Da ciò ne segue che l’approccio teoretico con la conoscenza non deve rimanere settario, relegato ad aspetti singoli della questione da affrontare. Anche all’università lo studio deve essere in­terdisciplinare e, possibilmente, multimediale.
Gli studenti devono uscire capaci di confrontarsi con la realtà esterna in continuo divenire, il sociologo e filosofo Morin punta a garantire loro un’autonomia di spirito valida in tutti gli aspetti della vita lavorativa, o più genericamente, cognitiva.
Il nozionismo, spesso, serve a prendere un voto alto all’esame di fine corso ma già Mon­taigne diceva:” è meglio una testa ben fatta che una testa piena”. In questo contesto come s’inserisce la carenza della nostra struttura di lettere moderne. dove sarebbe difficile ipotiz­zare l’incontro e lo scambio di imput diversi fra studenti e docenti di facoltà diverse?
A me piace raffigurare i nostri studenti con le sembianze di un potenziale Davide, giovane e valoroso nella sfida contro il gigante Golia, bisogna usare bene la testa per vincere.

Risposta sospesa

Attendo il tuo appuntamento
senza azzardare
soluzioni alternative
all’attesa

mi hai detto che
un incontro ci sarà
come ci sarà la prossima luna piena
una fase nuova
per solitari sognatori
ed illusi.

Allora mi auto-programmo
in pausa di sospensione
non so’ cosa augurarmi
sentirti, vederti o perderti
non so’ cosa augurarmi
trovarti, seguirti o perdermi;

il futuro è già iniziato
non lo delego a te
non lo rimando
alle tue voglie,
alla tua indisponibilità
per poco che io possa fare
vivo.

Il Leviatano

Nella notte dei tempi, quando l’ordine imperante era ancora Caos, ed il Male era parte in­tegrante del Bene, nelle profondità del mare vivevano creature incredibilmente forti; orripi­lanti nell’insieme dalla testa alla coda ma, stupefacenti nei particolari delle squa­me lisce e taglienti; su tutte dominava il Leviatano; il più terribile di tutti gli incubi possibili, creato dal­l’impeto divino, capace di ingoiare il sole per alcuni minuti. Un mito che appartiene ad un tempo così remoto da non essere legittimato da nessuno storico, per questo dobbiamo at­tenerci alle favole ed alle leggende che proliferano a riguardo.
Nell’antico testamento Giobbe descrive il Leviatano come un mostro terrificante che sarà servito come pietanza nella festa alla fine dei tempi; dai fenici ai babilonesi in molti vocife­rano di una creatura, forse un serpente oppure un coccodrillo del Nilo implacabile nella fe­rocia ed insaziabile nell’appetito; il nuoto in superficie del rettile-anfibio, è annunciato dal ribollire delle acque a causa dell’alta temperatura corporea, e quando emerge dai flutti ma­rini provoca un’ondata tale da sommergere le terre vicine come uno tsunami oceanico.
Nessuno sa dove sia la tana o se l’animale riposi mai, tuttavia talvolta, nei giorni di cielo terso senza nebbia o foschia, sembra scomparso, magari passano anni prima che le grida di qualche temerario lo richiamino alla superficie. Allora il colosso riappare violento, forse arrabbiato e non risparmia nessuno, senza pietà distrugge case, raccolti e non restano mai tanti superstiti per raccontare cosa sia accaduto. Si muove di giorno e di notte indistin­tamente, ma di notte è più pericoloso perché si confonde col nero del cielo riflesso nel mare ed, in silenzio, fa razzia delle speranze di benessere e felicità.
In questo essere della Natura, il filosofo inglese Thomas Hobbes, impersoni fica lo Stato sovrano ovvero la forma suprema di organizzazione sociale retta col potere assoluto del monarca, dove la legge è il riflesso dell’autorità e non della verità. Lo Stato è il padrone a cui gli uomini devono sottomettersi per acquistare il diritto di entrare nella società civile dei pensanti secondo ragione.
Nella copertina della prima edizione del saggio datato 1651, il Leviatano è costituito da una moltitudine di uomini, individui assemblati volontaria­mente in un corpo più grande più forte, capace d’imporre la pace e l’ordine (il proprio ordi­ne) sia all’interno del suo sistema che al suo esterno, grazie all’energia irradiata dalla testa, come calore quasi radiazione nucleare, fino alle estremità.
Per il nostro giusnaturalista, il Leviatano è l’unica possibilità che hanno gli uomini di scon­figgere il Caos e gli egoismi primitivi caratteristici della natura umana; perché l’uomo è un animale feroce e spietato, anzi al di fuori dello stato egli non è più un essere civile, non è più un uomo.
Così, il teorico dell’assolutismo, ribalta il ruolo del Leviatano che da essere immondo di­venta quasi il simbolo della (presunta) civiltà occidentale. Il governo autorevole, il cui pote­re si regge sulla minaccia e sulla paura, non è un regime garante della libertà di volere e di agirei. Hobbes questo lo sa, ma non è la libertà il suo obiettivo princi­pale; come non lo è per quei governatori che agitano lo spettro della paura per poter mo­strarsi quali garanti della sicurezza e dell’ordine imperante.
Lo stato di natura è uno stadio primitivo di tutti contro tutti, dove il bene è l’interesse perso­nale ed il giusto una sovrastruttura non utile al raggiungimento dei propri obiettivi. Per ri­mediare all’aggressività insita nell’essere umano, lo studioso d’oltremanica inneg­gia con grida possenti al risveglio del Leviatano. Lo spettro continua ad aggirarsi per il mondo, gli uomini, si affannano per evitarne l’incontro, per paura di perdere non lo com­battono anzi non provano nemmeno a guardarlo negli occhi, invece si assoggettano e si fanno mangia­re, ancora oggi.

Taranto dal punto di vista dei lavoratori

Conosciamo Taranto come la città della siderurgia fra inquinamento e disoccupazione in perenne emergenza, sprofondata in un dissesto economico e culturale tanto grande da apparire eterno, non è così, o almeno, non lo è sempre stato, e questo basta per cancella­re l’avverbio “sempre” dal racconto su Taranto.
All’indomani dall’unità d’Italia, Taranto è, ancora, una cittadella, dove sono floride le attività della pesca e della molluschicoltura ma, non sono sviluppate le attività mercantili perché manca una borghesia imprenditoriale (peraltro presente nelle realtà limitrofe come Martina Franca o Manduria). Il lavoro ed il conseguente boom economico, arrivano con la costru­zione dell’arsenale militare e dell’annesso incremento dei traffici ferroviari.
Ferrovieri ed arsenalotti sono i primi lavoratori dell’era industriale della città che trova in piazza della Fontana l’agorà dei primi rudimentali sindacalisti. Mentre fra il 1887 ed il 1900 il Meridione d’Italia conosce l’amaro esodo dell’emigrazione, la nostra città attira manova­lanza al punto che la popolazione raddoppia nel giro di venti anni. A questo momento posi­tivo seguono picchi alti e bassi legati ad una finanza troppo dipendente da grosse industrie d’impronta statale siano esse l’arsenale militare, i cantieri navali o l’italsider. Nel libro:” Sovversivi di Taranto” di Roberto Nistri e Francesco Voccoli Troviamo la storia del movi­mento operaio Tarantino raccontata attraverso le vicende di uno dei protagonisti Odoardo Voccoli, un lavoratore per i lavoratori. Pagine ricche di nomi, dettagli, colori… quelli appannati e sbiaditi nei discorsi rassegnati di chi nemmeno sospetta la viva­cità dei nostri bis-nonni.