Il segno delle idee

Il mio spazio creativo

Archive for agosto, 2009

Lo spirito libero di Michele Pierri

In tutti i tempi e luoghi sono considerate grandi anime quelle che si librano in volo sopra gli esseri comuni, libere dalle convenzioni e tradizioni della loro stessa civiltà.
Qualcuno le indica come guide di riferimento per uscire dal labirinto della quotidianità, qualcuno le invoca come custodi della propria incolumità, per me sono l’esempio di uomini liberi da ogni pregiudizio e sovrastruttura fisica o mentale che sia, esseri dotati di grande spiritualità che sperimentano la vita per scoprirne l’essenza ed esserne parte integrante.
Agli spiriti liberi, il filosofo tedesco Nietzsche dedica una delle sue opere più incisive Uma­no, troppo umano, dove, il giovane professo­re manifesta l’intenzione di “dire sì alla vita”, alla propria vita lontana da ogni imposizione o da necessità momentanee che immobilizza­no l’essere in forme stereotipate e rigide. Essere libero significa, per il filologo di Röcken, liberarsi del superfluo, cioè divenire autentici e questo è possibile solo passando attraver­so il dolore della vita,”guardando l’abisso” ; tutto questo è riscontrabile nelle letture, nella vita e nelle opere di Michele Pierri, un colto intellettuale di origini napoletane che ha vissu­to a Taranto la maggior parte della sua lunga vita.
Il giovane, ribelle alla volontà del padre che lo vorrebbe avvocato (come da tradizione fa­miliare), si laurea in medicina, malgrado la sua marcata inclinazione letteraria. Il viandante dà il via al suo cammino dalla Francia, sperimentando il mondo da operaio nella fabbrica parigina della Citroën, dove entra in contatto col pensiero anarchico. L’interesse verso il sociale (dovuto anche alla lettura di testi marxisti) si esplica come impegno politico, così il nostro chirurgo, oltre ad esercitare instancabilmente la professione medica, scrive su gior­nali del cnl ed aderisce al partito clandestino della resistenza a Taranto. Addi­rittura si me­scola agli operai dell’arsenale della città e porta loro le idee del socialismo so­vietico con “La madre”, il romanzo di Gorky.
Per i suoi ideali libertari viene incarcerato dal regime di Mussolini, qui il cammino di ricerca interiore, iniziato con la filosofia tedesca e con quella indiana, svolta verso una piena con­versione alla religione cristiana, o più precisamente, un sostanziale avvicinamento alla Chiesa. Finita la seconda guerra mondiale, il suo impegno politico scema in favore della dedizione “francescana” verso i malati ed i sofferenti. Dopo la caduta del ordinamento dit­tatoriale cambia la forma politica ma non la sostanza, così subentra, nel nostro pensato­re, la delusione manifesta nella riscrittura del Bruto, dove al Cesare capo unico succede l’im­peratore Augusto. Al combattente non interessano le chicchere lontane dalla realtà delle persone, aria piena di suoni ed urla, forme vuote di un mondo metafisico; un mondo dove i corpi materiali sono condannati al disfacimento della morte. No, secondo Pierri l’uomo è una unità indissolubile di anima e corpo, l’una vive nell’altro e viceversa ne­gli uomini come negli animali, e così i pensieri ed i fatti, non c’è ragione che possa motiva­re la scissione fra res cogitans e res extensa. D’altra parte causa, colpa e giudizio non han­no valore, “al­meno non per il temperamento umile di mio padre”- ci dice Giuseppe Pierri che si occupa dell’editing postuma delle opere paterne- “ci diceva sempre che non poteva giudicare con leggi a sé estranee, e non ci impartiva ordini per educarci, gli bastava darci l’esempio”.
Modesto al punto da non annoverarsi tra i poeti, per quanto la sua opera letteraria sia di valore riconosciuto da critici e letterati d’importanza nazionale da Ungaretti a Spa­gnoletti, a Valli. Leggendo l’opera pierriana, il nostro spirito è invitato a ripercorrere il pro­cesso di “purificazione” dagli istinti naturali perché lo slancio mi­stico di questo autore è mi­temente coinvolgente, una tensione morale rivolta all’abbraccio amoroso con la verità, unica ed eterna meta da raggiungere.

Urtare la Vita

 Immerso nei pensieri quotidiani

non sempre mi rendo conto

d’essere circondato e confuso

in una nebbiolina

afa, calore,

nuvola

fra pioggia e smog.

 

La luce arriva filtrata

un chiarore indiretto

uno spettro di luce bianca

nessun sapore

niente vento.

 

Talvolta, però

arriva un vociare

un brontolio di fondo

quasi il suono di una voce che canta

o mugola

magari piange

o ride sommessamente

 

allora mi ricordo

di come mi piaceva danzare

di come mi piace nuotare

di come saprò volare

più in alto

di questa soffice nuvoletta

che dissolve il mio sguardo

per annichilirne la vivacità.

 

Bella polvere di cielo

basta un soffio

per squarciarne il velo,

un respiro profondo e convinto

un gesto sicuro malgrado

l’incertezza delle conseguenze

instabili sembrano anche i sospiri

forse sono sogni infranti

deludenti parvenze abbozzate appena

desideri non realizzati

per mancanza di coraggio o d’opportunità.

 

Galleggiante fra banchi di foschia

perdo la voglia di saltare

giocando alternando sorrisi

a inni di vittoria.

Nube cara alle anime belle

lasciami cadere lontano

preferisco urtare la vita

e sapere di farlo.

Aspettando Godot

 Nel 2003, Edoardo Winspeare girò, a Taranto, il film “Il miracolo” ; dove il protagonista, un bambino dodicenne della città, in seguito ad un grave incidente automobilistico, si risveglia con l’inverosimile capacità di risuscitare i morti dal loro sonno eterno. I genitori cercano di approfittare speculando su questo suggestivo potere “miracoloso” di Tonio per risolvere i propri problemi sia economici che sociali, ma la vera for­za del ragazzino è l’umanità dimo­strata nell’intessere un rapporto di amicizia con la sua stessa investitrice Cinzia, rea di non averlo nemmeno soccorso subito dopo lo scontro.

Questa storia potrebbe essere la trasposizione della teoria storicistica di Walter Benjamin esi­mio filosofo tedesco non abbastanza conosciuto in Italia.

Nelle Tesi di filosofia della storia (in Italia edito nell’antologia Angelus Novus a cura di Re­nato Solmi), il critico berlinese nega alcun valore alla concezione storicistica (o pseudo tale) secondo cui il progresso è un inevitabile miglioramento con happy-end garantito, la teoria “ottimista” secondo cui la storia s’identifica con la realizzazione del vincitore cancel­landone ogni colpa ed errore, rompendo ed azze­rando il, di lui, passato e “das Erbe” il pa­trimonio culturale che ha ereditato.

La storia del dux, del Salvatore, tecnicamente la concezione lineare del tempo è una visio­ne messianica, terribilmente in voga anche presso i miscredenti, ed implica la ri­nuncia al presente annichilito dall’attesa di un futuro migliore, piovuto come “manna dal cie­lo”. Non vale la pena sperimentare un “attimo” che sarà sorpassato ed arricchito di felici­tà. D’altra parte, per il nostro professore precario, la felicità è la ricompensa della umanità redenta, quella gens che si è impegnata ed ha affrontato e sconfitto tutti i nemici e tutte le paure.

Certo solo all’umanità redenta tocca interamente il suo passato vale a dire che solo per l’umanità redenta il passato è citabile in ognuno dei suoi momenti”. Il passato è un terribile cumulo di dolore ma, ridurlo ad ammasso di macerie non serve a nulla; invece cer­care un rapporto dialettico col “tempo che fu” significa interessarsi al significato del nostro presente per intuirne i pericoli, prevenirne le crisi ed accrescere la forza della civiltà tra­mandataci dalle generazioni precedenti.

Questa è la filosofia di un pensatore ebreo perse­guitato dal nazismo, una vittima che non si arrende allo sterminio ed erra per tutta l’Europa in cerca di salvezza senza invocare pie­tà; forse, però , il segreto del suo pensiero è che non si vergogna del suo passato, non rin­nega le sue origini invidiando lo status altrui; forse questi sono rancori che riguardano gli uomini piccoli, i nani lividi ed affamati che non san­no immaginare alternative al proprio egoismo, homuncoli spregiudicati che odiano tutto ciò che non porti il loro segno. Nella mia mente raffiguro così quei “benpensanti” che si ostina­no a chiedere la demolizione del passato rappresentato da edifici di fattura inadeguata ri­spetto ai canoni del confort moder­no ma non per questo possono essere considerati ruderi da disinfettare col tritolo. Cancel­lare ogni ricordo, ogni segno del nostro passato non ci ga­rantirà un futuro comodo, e nem­meno tranquillo perché omologare l’habitat intorno a noi ci costringerà a rimanere chiusi nella solitudine muta dei nostri pensieri riflessi nei muri che abbiamo eretto.

Non arriverà Godot per portarci via da questa morte o da questa pazzia.

Fino all’unità d’I­talia, a Taranto si poteva costruire solo entro le mura cittadine, per cui ab­battere vecchi edifici era indispensabile per costruirne di nuovi a costi meno elevati rispet­to a quelli necessari per il recupero degli immobili, tuttavia tale pratica non ha più ragione d’essere ora che la città si espande per oltre 220 kmq, in questi giorni difficili quando pochi sono i riferi­menti utili per orientarci e trovare la via per la salvezza, ancora discutiamo se abbandonar­ci all’oblio di noi stessi?

 

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Anima e corpo in salamoia

 

La prima domanda di cortesia nelle conversazioni, il primo segno d’at­tenzione nei confronti dell’altro, o forse, il primo interrogativo che ci viene in mente, incontrando una persona, è: “come stai?”. I mass-media tentano di rispondere a questo quesito quando ci “informano” della pan­demia che ci colpirà e di cui dobbiamo avvertire, già, i sintomi e gli effetti collate­rali. Un’informazione che non serve a risolvere il problema, ma contribuisce ad aggravarlo per­ché gli spettatori credendo, a riguardo, di sapere tutto il possibile, ritengono di poter preve­nire il male o, addirittura, di potersi curare da soli, provocando danni maggiori alla propria salute.

La realtà dei mass-media, come scriveva Niklas Luhmann (uno dei sociologi più influenti del ‘900), non coincide con la realtà umana, anche se la comunicazione è la protagonista assoluta d’ogni sistema sociale, essa non è la verità ma una sua interpretazione facilmen­te manipolabile.

Per il teorico tedesco, la società non è il raggruppamento di individui, intesi come anime e corpi, ma è l’insieme delle interazioni fra essi, ovvero la totalità degli scambi di pareri per­sonali che, acquistano forza, divenendo “opinione pubblica” capace d’imporsi su qualun­que conoscenza particolare mettendone in dubbio la validità.

Nella comunità moderna, perfino la salute, che dovrebbe essere un fatto d’interesse per­sonale, diventa argomento di conversazione ed intrattenimento, fra paure apocalittiche (vedi l’influenza suina e, prima, quella Aviaria) e minacce quasi taciute (vedi la peste bub­bonica in Libia). Insomma salute come convenzione sociale, magari il segno distintivo del proprio status di evoluzione civile e culturale. Proprio di questa arroganza diffusa fra i pa­zienti, presunzione e mancanza di fiducia nei confronti dei propri neo-stregoni in camice bianco, di questo atteggiamento ostile si lamentano i medici intervistati (55 fra medici di base ed ospedalieri) nel libro “Il medico, il paziente e l’altro. Un’indagine sull’interazione comunica­tiva nelle pratiche mediche”, scritto dal prof. Sergio Manghi esperto in sociologia della co­noscenza.

Il rapporto di fiducia medico-paziente è inficiato dalla iper- informazione del se­condo che non elargisce credito al suo guaritore, questa “mancanza” ostacola la dinamica della rela­zione tra i due soggetti cosicché “il rapporto con i pazienti è sempre più impersonale”.

A rendere stressante il lavoro dei dottori si aggiungono la sindrome da risarcimento, la mi­naccia di un intervento legale in nome del diritto alla salute, le pressioni aziendali legate ad una eccessiva burocratizzazione dell’intervento terapeutico, fino alla competizione fra col­leghi e la differenziazione gerarchica per specializzazione.

Nella ricerca lo studioso di Par­ma, sottolinea la confusione dei malati che fra aspettative personali e speranze indotte dalla mala-informazione mediatica pretendono dai sanitari ri­medi miracolosi immediati ed indolore.

Certo l’enciclopedia medica, on-line o cartacea che sia, può dare indicazioni pre­cise se consultata con cura da esperti; tuttavia troppi sono i cattivi esempi ricorrenti nell’e­sperienza di ognuno con i sanitari: da referti medici scritti male alle visite frettolose e piene di prescrizioni farmaceutiche spesso frutto d’intesa fra il prescrivente e la casa farmaceuti­ca produttrice. La comunicazione biomedica è difficile perché ogni soggetto tende a senti­re unicamente quel che vuole sentire, ma oltre questo limite c’è l’impoverimento professio­nale dei medici che lavorano con utenti-clienti e sono i primi a spersonalizzare il paziente riducendolo a un numero della massa su cui speculare.

Naturalmente ci sono le eccezioni buone e cattive, purtroppo quest’ultime sono quelle che incidono maggiormente e lasciano cicatrici troppo brutte per essere confuse con i tatuaggi dell’altro, qualcosa come l’assaggio della salamoia del giudice Morton per noi cartoons.

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