Il segno delle idee

Il mio spazio creativo

Archive for giugno, 2009

Una passeggiata nel parco letterario

  Il golfo di Taranto e le terre vicine sono, da sempre, un attracco apprezzato dai viaggiatori.

I fenici, i greci, magari perfino gli etruschi, gli esempi validi sono numerosi. Viandanti di tutti i paesi sono passati da Taranto, sopratutto nel­l’ottocento, quando il viaggio, di matrice culturale verso il sud Italia, era una moda molto diffusa, quasi un pellegrinaggio dovuto, come una professione di fede nei confronti della verità storica e dell’idea classica di bellezza e di arte. In particolare, mi sto riferendo a due scrittori inglesi di epoca vittoriana venuti a Taranto a distanza di pochi anni l’uno d’altra come testimoniato dai loro diari di viaggio: La terra di Manfredi scritto da Janet Ross, e Sulle rive dello Ionio ad opera di George Gissing. Insieme a loro mi incammino in un per­corso virtuale nei luoghi familiari fra la città e la provincia di Taranto dove, da qualche anno, si vorrebbe istituire un parco letterario.

-Gissing: “ L’itinerario del viaggio, che intrapresi, iniziò a Taranto perché i versi di Orazio mi risuonavano nella mente pensavo anche alle lodi di Virgilio che, secondo una tradizio­ne, avrebbe scritto le Egloghe in questi d’intorni. .. Deve esserci stato un cambiamento inimmaginabile su queste rive dello Ionio. Sembrava che il profumo di rosmarino venisse a me, da un mondo svanito.”

-Ross: “Ah! L’odore di rosmarino è stato la caratteristica della mia permanenza presso la famiglia Lacaita a Leucaspite. Fin dal mio arrivo al chiar di luna mentre avanzavamo lungo la rettilinea strada candidi; una palma solitaria si ergeva alta contro il cielo e gli uccelli notturni emettevano curiosi suoni acuti e versi di accompa­gnamento con il profondo gracidio dei rospi negli acquitrini vicino al mare… alla fine, in lontananza, un lungo nastro di pini scuri orlava il golfo di Taranto.” Il parco letterario si basa su un sentiero immaginario che attraversa il tempo e le emozioni che un determinato luogo ha suscitato nel letterato a cui il parco è dedicato; una via tramite la quale è possibile entrare nella realtà di quel letterato, subire le stesse suggestioni che lo hanno emozionato e dalle quali sono nate le parole tanto ammirate dai suoi lettori. Taranto e la sua provincia hanno un passato importante sia dal punto di vista storico che culturale ed è per questo che, alcuni intellettuali locali avvertono il bisogno di avere ,anche qui, un parco letterario come bandierina da puntare a terra per segnalare il passaggio del re. Tempo fa, per la realizzazione del parco, qualcuno indicava la masseria Leucaspide tanto cara a Janet Ross che, di questo territorio, ha lasciato studi esaustivi sulla flora e sulla fauna ed anche sugli usi e costumi dei suoi abitanti umani; recentemente altri hanno individuato nel Galeso il luogo più indicato per la costituzione di siffatto parco, il dulce flu­men vanta una frequentazione più numerosa di poeti sia classici che contemporanei, ma, considerando la scarsa, quasi inesistente, frequentazione del parco archeologico di Satu­ro, sorge il dubbio sulla riuscita di un investimento di tal genere.

George: ”Taranto ha un interessantissimo museo. Mi recai a visitarlo. Ero solo e alla se­conda o terza visita ebbi il museo tutto per me, salvo la presenza di un custode che sem­brava considerare un visitatore una piacevole novità. Presumibilmente, tutti i tarantini che si interessano di archeologia lo hanno già visto, e i forestieri sono pochi. Anche se Taranto fa ogni sforzo per adeguarsi alla modernità e al progresso, c’è una forza ritardatrice che per ora non accenna a diminuire: la profonda superstizione popolare.” -Janet: “Non c’è da stupirsi se la gente della Magna Grecia crede nelle streghe e nella magia! Le fantastiche forme dei grandi ulivi e carrubi, nei tronchi deformi dei quali i briganti erano soliti nascon­dersi, le innumerevoli tombe, le cripte le caverne e i resti di antiche costruzioni sparsi un po dappertutto sono elementi adatti a impressionare una popolazione incolta.” A questo punto l’unica voce che vorrei sentire è quella dei miei concittadini che, magari per lettera, dichiarino la propria idea a favore del riscatto culturale del territorio tarantino per­ché questo è il significato del parco letterario, uno sforzo di promozione culturale.

Cielo nuvoloso

 

Le nuvole si appoggiano al cielo

anche ora

lo coprono ma da sotto

a testa in giù, senza cadere.

Vorrei volare come loro,

senza cadere, seppur spericolato ed acrobatico

sarebbe quello il mio volare.

Una gravità al contrario

che mi porterebbe sempre più in alto

senza dolore

senza risa maligne.

Girarmi e voltarmi e rotolarmi

senza sporcarmi,

nessuno sbaglio,

nessuna conseguenza.

 

Insomma, non saprei neppure di sognare

camminando sul tetto dei miei respiri

appesantiti dalla luce opaca

di questa giornata senza spiragli

per parole annoiate.

 

La settima arte

Il cinema è considerato la settima arte, quella più vicina ai sogni ed ai desideri che crea e riproduce. Infatti la vocazione narrativa cinematografica non conosce limiti di spazio né di tempo; può contare su una vasta gamma di espressioni e di suggestioni dovute al coinvol­gimento di tutti quanti i sensi umani (secondo la visione del mass-mediologo Marshall Mcluhan). “Il film non è soltanto un’espressione suprema del meccanismo (cinematografi­co),ma offre paradossalmente come prodotto il più magico dei beni di consumo e cioè i so­gni. Non è dunque un caso che il film abbia sfondato come medium che offre ai poveri ruo­li di ricchi e un potere al di là di qualunque ambizione”; per il sociologo canadese l’impatto del cinema con la massa è talmente forte da non lasciare spazio a reazioni già calcolate dal play-maker ovvero dal regista. Per questo, in passato, regimi dittatoriali quali quello nazional-socialista tedesco e quello fascista italiano, hanno usato il cinema come strumen­to di propaganda mascherandosi dietro il suo ruolo comunicativo d’informazione per mani­polare, anche attraverso esso, la realtà.

Già Joyce in Finnegans wake aveva preconizzato l’uomo ABCED-minded (controllato dal­l’alfabeto), cioè l’uomo che catturato completamente dal mondo creato dal regista, subisce quella particolare espe­rienza senza obiezioni, come un messaggio subliminale rivolto al­l’inconscio per domare la coscienza.

In alternativa alla massificazione del gusto e della percezione operata dal “cinema com­merciale” nacque il cinema d’essai, ovvero il “cinema d’autore”, film di nicchia perché in­soliti ma di alto profilo artistico, generalmente, riconosciuti alle mostre ed ai festival del ci­nema come, attualmente, quello di Berlino, Venezia, Cannes, Torino, il Sundance o, i film premiati con i Globi d’oro, le Grolle d’oro, i nastri d’argento, insomma i film che hanno un messaggio da comunicare e non, soltanto, da reclamizzare per i consumatori.

L’esigenza di non ridurre il cinema alla mercificazione di illusioni a buon mercato, e la vo­lontà di non accontentarsi “di ciò che passa il convento” hanno spinto Daniele Fusco ad inaugurare (nel 2001) anche a Taranto una “salle speciallisèe”, una sala modesta con 148 posti, in perfetta sintonia con le dimensioni “tradizionali” di questa specialità; dove poter godere della vi­sione di film meno pubblicizzati e distribuiti, autentiche primizie per adulti e bambini alle cui necessità il direttore viene incontro proponendo pellicole di animazione in orario pomeridia­no.

Il Bellarmino è regolarmente associato alla FICE (Federazione Italiana Cinema d’Essai), dunque rispettoso dell’ordinamento stabilito dal ministero dei beni cultu­rali, inoltre fa parte del circuito “Schermi di qualità” per la programmazione del cinema ita­liano d’autore.

Negli anni questa sala ci ha stupito, non solo con i film della programmazione settimanale, anche con l’appuntamento scelto del martedì e, con gli incontri organizzati, quest’anno, con l’associazione Punto e A Capo. Eventi svoltisi sul palco teatrale della sala stessa usu­fruendo anche dell’apporto scenico dello schermo cinematografico, a testimonianza del fatto che i diversi linguaggi artistici creano fra loro un rapporto dialettico atto ad aprire e svilup­pare le menti degli spettatori, affinché lo spettacolo dell’arte non sia stordimento ed evasio­ne dalla realtà ma crei i presupposti per affrontare la realtà con i suoi problemi e le sue for­me ruvide e spigolose.

La finestra di Gipi

 La storia inizia con un uomo improvvisamente cosciente del proprio malessere, un’insoddi­sfazione che lo rende apatico e svogliato nei confronti della vita stessa. Dopo un’accura­ta analisi introspettiva, capisce che il problema è di salute fisica e va dal medico specializ­zato il quale, subito, gli ordina di spogliarsi completamente e di mettersi vicino alla finestra a porta, da cui entra più luce che dal neon della lampada rotta vicino al lettino per le visite. Una grande finestra di fronte alla quale c’è un palazzo popolare con gente affacciata ai balconi, appositamente per godersi lo spettacolo!

Questa è anche l’immagine giusta per raffigura­re la scena svoltasi al cineteatro Bellarmi­no, lunedì 4 maggio, in occasione della rassegna Penna a sonagli, organizzata dalla asso­ciazione culturale tarantina Punto a capo, ospite dell’incontro conclusivo Gipi (al secolo Gian Alfonso Pacinotti), uno dei grafic novels più acclamati in Italia ed all’estero. La sua performance teatrale consiste nella lettura di alcune pagine del suo più recente libro di fu­metti LMVDM – LA MIA VITA DISEGNATA MALE. E qui la sorpresa: parole esau­stive, frasi complete che sembrano venir fuori da un romanzo e non dallo spazio limitato ,o con­diviso, con una immagine.

La musica di Luca Giovacchini, sul palco, ha intensificato sia la potenza vocale sia il suo impatto emotivo; Gipi ha spudoratamente esternato i suoi pensieri più intimi e le sensazio­ni più nascoste, come dinanzi alla finestra di so­pra, cercando di compensare la mancata visione dei disegni con espres­sioni mimiche e suoni onomatopeici.

Nel libro a pagine in bianco e nero dai tratti veloci si alternano altre, con tavole realizza­te ad acquerello o con colori ad olio (caratteristici di questo autore). Questi ultimi sono bellissimi, l’autore dichiara: “fatti per far vedere che so disegnare”, un’ al­ternanza di luci e colori che crea un effetto allucinante e destabilizzante, una altalena fra realtà vissuta e realtà percepita, dove la verità è la fusione fra parola ed immagine, un tutto armonico e non, solamente, complementare. “La casa editrice Rizzoli mi ha proposto di scrivere un ro­manzo, ma ho rifiutato, a me piace raccontare storie con immagini in successione, una vol­ta ho provato a dipingere ma poi, mettevo i dipinti uno affianco all’altro…”.

Disegnare è per lui un gesto istintivo e naturale, malgrado, prima della stesura, egli si pre­pari con studi impegnativi di giorni, poi però la storia prende corpo da sé per librarsi a metà fra cielo e terra, nel regno del possibile e del ricordo presunto, dove il protagonista è la proiezione dell’io parlante, la sua proiezione che può guardare come se fosse estranea a sé stesso.

Lo stile di Gipi è semplice, volutamente semplice, per essere immediatamente comprensi­bile ed efficace; nulla, però, di banale o di scontato o peggio noioso, complici in questo sono le diverse tecniche usate e l’intreccio della trama ricco di episodi, personaggi e situa­zioni border- line che il protagonista vede scorrere davanti ai propri occhi di ragazzo cre­sciuto. Una crescita che è apertura al mondo considerato non come la scena su cui esi­birsi, ma come la platea con cui interagire fino a farne parte uscendo dallo spazio limitato della propria isoletta per protendersi verso orizzonti ancora poco conosciuti.