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Una verità scomoda

 La terra ha la febbre ma, qualcuno dice che non sia malata.

L’allarme per il surriscaldamento terrestre è suonato già da qualche anno, trovando il suo acuto più intenso nel premio nobel dato, nel 2008, ad Al Gore per la pace, dopo l’assegnazione dell’oscar al suo documentario AN INCONVENIENT TRUTH.

Il caso è esploso a settembre (2008), il mondo ha verificato “con mano” la suddetta febbre che causa lo scioglimento dei ghiacciai, tale fenomeno ha reso possibile la circumnavigazione del polo nord, liquefazione costante e continua, come fotografato dai satelliti della NASA, dai dati forniti risulta che dal 2003 ad oggi sono andate perse più di due milioni di tonnellate di ghiacci fra Groenlandia, Alaska ed Antartide.

La navigabilità del polo, ha aperto l’accesso allo sfruttamento di risorse minerarie e petrolifere del polo, ma ha dato anche il “via libera” allo sprigionarsi d’ingenti quantità di gas (sopratutto metano). Più gas nell’atmosfera, più febbre, più acqua negli oceani e sopra città come Londra o, intere regioni, come le Filippine e, più genericamente, sulle coste di tutti i mari.

Uno scenario apocalittico da film Waterworld, con uomini che vivono su città galleggianti; in effetti tale architettura è stata già inaugurata in Giappone con l’aeroporto galleggiante a cui segue la proposta costruzione di un arcipelago artificiale nel mar rosso, insomma ricostruiremo il Nautilus per vivere nuove avventure Ventimila leghe sotto i mari.

Agli apocalittici si contrappongono gli integrati, ovvero nel caso specifico, i negazionisti, quelli secondo cui il surriscaldamento della terra non è dovuto all’intervento umano di manomissione dell’equilibrio naturale con la produzione industriale di scorie velenose.

Al gruppo dei “no-problem” appartengono pochi ricercatori, sempre pronti a reinterpretare i dati avversari come nel caso della notizia sui ghiacci artici che avrebbero avuto a gennaio di quest’anno, un’estensione pari a quella avuta nello stesso mese del 1979; questo secondo una rilettura di una conversazione del prof. universitario William Chapman, che però ha prontamente smentito codesta chiacchiera frutto di un insensato ottimismo.

Confortano (?) le tesi degli oceanografi da cui si evince che moriremo prima per il freddo (da qui il film The day after tomorrow) e poi per l’inondazione delle acque.

Il fenomeno è stato ampiamente spiegato da Worldwatch Institute nel rapporto State of the world 2009: l’acqua dolce proveniente dallo scioglimento dei ghiacciai bloccherà (in tutto o in parte ) la corrente del golfo del Messico questo causerà il raffreddamento brusco dell’Europa settentrionale, raffreddamento letale per la vita ma non sufficien­te alla creazione di nuovi ghiacciai.

Nella storia dell’umanità sono evidenti i segni dei cambiamenti climatici, dalla scomparsa dei Maya per l’improvvisa siccità alla prosperità dei raccolti nell’Europa medioevale, le tracce sono innegabili: l’uomo ha sempre dovuto adattarsi alle “fasi climatiche” del suo territorio. Il prof. Brian Fagan è ottimista, come si evince dal suo libro “La lunga estate”, questo secolo assisterà all’inizio di un nuovo ciclo di riscaldamento globale e la popolazione umana sopravviverà a questo cambiamento anzi, addirittura, diverrà più saggia come è già avvenuto per la tribù californiana dei Chumash che di fronte alla siccità dismisero ogni violenza.

Ma la velocità dei cambiamenti attuali non dà alla vita tempo per adattarsi, divenire più saggi è un processo più lungo dei 50 anni previsti per lo scioglimento della Groenlan­dia.

Tutto proviene per generazione spontanea dall’acqua, ed a essa tutto torna per dissolvenza” questa è la sentenza di Talete, il primo filosofo greco, il primo materialista ad opporsi al creazionismo che considera il mondo come emanazione divina; probabilmente è stato lui a provocare l’ira funesta degli dei che, oggi, minacciano un moderno diluvio universale esaurendo il desiderio dello scienziato ionico di disperdersi in acqua.

Dunque, vogliamo perderci in un bicchiere d’acqua? Qualcosa si può fare: ridurre le emissioni nocive, ridurre il disboscamento irresponsabile, ancora in atto, incrementare l’uso delle energie alternative ad emissione (di anidride carbonica) zero; invece, poco convincente è l’ipotesi del premio nobel per la chimica nel 1995, Paul Jozef Crutzen, secondo cui iniettando nell’atmosfera un milione di tonnellate di zolfo ogni due anni si diminuirebbe di un grado la temperatura terrestre però la cura sarebbe peggiore del male a causa degli effetti collaterali in essa impliciti quali: le piogge acide e l’assottigliamento dell’attuale strato di ozono (unica difesa efficace dall’attacco dei raggi solari).

Nel nostro piccolo potremmo costruire col cemento “ecocompatibile” (il britannico Novacem) che assorbe l’anidride carbonica, potremmo impegnarci nella raccolta differenziata dei rifiuti, e potremmo tornare a pitturare palazzi e stra­de di bianco per riflettere nell’atmosfera i raggi solari e ridimensionare la nostra sete di potere e di dominio sul mondo naturale per non affogarci dentro.

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