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La generazione tradita

Nel 1899 Luigi Pirandello scrisse I vecchi e i giovani, un romanzo complesso per la psicologia dei personaggi dai tratti moderni, che vivono l’episodio dei fasci siciliani e lo scandalo della banca romana (1893); racconto ambientato in una Sicilia passata dal regno borbonico al governo nazionale italiano.

Quasi contemporaneo della stesura dei Viceré ad opera di Federico De Roberto e precursore de Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il romanzo di Pirandello è particolarmente esplicativo del pensiero nostrano sul futuro e sul nuovo; speranze vane sembra suggerirci Mauro Mortara, un vecchio e fedele garibaldino deluso dalla deriva classista del governo e della politica corrotta, vessillo di una società piccolo borghese ipocrita e meschina.

La sensazione amara di soffocante consapevolezza che nulla cambia, che i padroni rimar-ranno sempre saldi al potere e che i servi saranno sempre più servi, ed i figli resteranno sempre un passo dietro i padri, il sospetto disarmante che il nuovo sia un inutile stravolgimento dell’ordine delle cose, cambiamento privo di fondamento e gonfio, solo, d’ormoni della crescita, l’inevitabilità dell’egoismo proprio degli esseri mortali, tutte queste ombre si allungano ancora troppo frequentemente sulle nostre teste.

I vecchi, carichi di saggezza ed esperienza, da troppo tempo non si curano più di guidare i giovani e dare loro le chiavi per comprendere ed agire, o interagire, col mondo che li circonda. No nessun ripensamento, in una corsa d’esasperata competizione fra umano e super-umano, con la complicità di bisturi estetico e del viagra, i “vecchi” si sono preoccupati di cancellare la propria vecchiaia alla ricerca di un’eterna giovinezza che prolungasse il piacere di mostrarsi corpo tangibile ed incorruttibile, inventandosi, peraltro, il mito dell’età “biologica”.

Questo meccanismo perverso procede a discapito dei veri giovani, i “bamboccioni” di Padoa Schioppa, i trentenni lasciati crescere com’erba selvatica senza lavoro, senza la possibilità di farsi le ossa e mettere su casa e famiglia prima di abituarsi alla solitudine; nessun punto di riferimento per loro lasciati allo sbando per privarli del naturale entusiasmo che alimenterebbe quelle incomparabili energie vitali costituenti l’unica vera virtù della giovinezza.

Il conflitto fra generazioni è normale, fa parte dei cicli della vita e della crescita, tuttavia qui, in questo momento, è avvertito come un problema indefinito con adulti che nascondono l’età aiutati da incredibili progressi medici e dallo slittamento dei limiti per la pensione, anzi peggio: gli adulti non possono più diventare vecchi; non ci sono le premesse per un tranquillo ricambio generazionale in altre parole i figli non lavorano, i nipoti nascono sempre più tardi e meno frequentemente, così il gioco dell’eterna giovinezza ha giocati tutti quanti ed ora i vecchi sono costretti a mantenersi in forma per assistere alla mortificazione dei figli che non sanno reagire allo status quo, ormai convinti che nulla cambia realmente.

Il recente terremoto a Sichuan in Cina ha distrutto un’intera generazione a causa del crollo delle strutture costruite con materiali “di scarto”, scuole, case, ospedali, tutte costruzioni precarie e fittizie, buone a seppellire anime innocenti ma, quando i nostri grandi vecchi moriranno, come finiranno i nostri giovani?

Probabilmente la situazione non è così tragica, probabilmente la visione desolata dei cicli e ricicli storici (di vichiana memoria), della sorte o destino avverso quanto in eludibile è un modo di pensare caratteristico italiano e meridionale in particolar modo. Infatti, parlare di fuga di cervelli all’estero significa anche che, fuori dal controllo italiano, il problema gioventù cambia.

All’estero c’è spazio per i nuovi orizzonti di una generazione che non gode di credito né riesce ad accumularne, allontanata dalle responsabilità ed anestetizzata dal divertimento di un’infanzia protratta oltre la maturità. Certo, il problema non è esclusivamente italiano ma la nostra reazione lenta è estenuante perché vivere nell’incertezza di non saper sopravvivere ai propri padri è come camminare in un terreno paludoso all’ombra di un vulcano che minaccia di eruttare con continue fumate bianche.

Contro l’elogio dei grandi vecchi, il film che quest’anno ha fatto incetta di premi Oscar è stato quello dei fratelli Coen: Non è un paese per vecchi, ma tutte le esagerazioni sono sbagliate e tutti gli estremismi sono condannabili, ciò non toglie che sia interessante, o addirittura confortante, sapere che non dappertutto la gioventù abbia perso l’entusiasmo di vivere e il diritto ad avvicendarsi con la generazione precedente.

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